The naked machine pt. 4 – A ogni giro di chokhor

The naked machine pt. 4 – A ogni giro di chokhor

Parole giungono ad Alex sempre più tenui.

C’è il tuo racconto su Dostoevskij che definiva l’eternità un ripostiglio pieno di ragni schifosi. E il ragno è dio, hai aggiunto, e bisogna schiacciarlo con un tacco di metallo. Ti ricordi come definiva l’eternità Riccardi, il ragazzino dagli occhi inarrestabili finito impiccato nel cesso della scuola? un ascensore che non scende e non sale. È fermo tra due piani e se apri la porta la scopri cieca affacciata su un limbo di cemento ruvido. “E se questa è l’eternità…”, diceva, “fa schifo!” (pag.142). Insomma, Dostoevskij e Riccardi sono d’accordo (e noi con loro) che l’eternità è angusta (e forse anche bianca e ruvida). E poi ci ho messo dentro anche il disgusto, la partenza di Federica come viaggio attraverso il disgusto di se stessa.

Tu pretendi di darti troppe spiegazioni ma qualcosa è meglio lasciarlo non interpretato, credo. Non c’è bisogno di rispondersi se sia Mel il protagonista di tutta questa storia. Altro che Luca Isidoro Federica. Dio persino. Forse è solo Mel a immaginarsela durante quell’infinito abbraccio con sua madre al tramonto col solo asciugamano indosso poco sotto la vita che lascia intravedere il pallore rigonfio di una natica (pag. 115). Il reticolo d’atomi sciamanti che comunicano per attivazione telepatica in fondo sono solo uno sciame di parole, d’associazioni libere, con o senza lettino. Non volermene se ogni tanto qualche goccia di Freud mi schizza fuori da un foruncolo sul pube.
Ci hai mai pensato a come si sia inventato una terapia logocentrica e finì con una poltiglia cancerosa in bocca che gli rendeva penoso parlare?

Parole che sono silenzio.

Spirale inconoscibile di suono
Il tuo corpo che è
Dove mi trovo
È il dove che contiene questa forma
Mia che pare umana
E più non è

Il tuo corpo da sempre mi contiene
Il suono assoluto del tuo corpo
L’istante prima delle sillabe
Prima del creato e della polvere
Questa forma ancora troppo umana
Rivolta a te
Alla risacca

Cosa vuoi da me?
Dimmi
Cosa vuoi?
Niente
Ed io ostinata più del solito
ancora ti amo per quel niente

anch’io ti posi la stessa domanda. ero molto giovane, impaziente. affaccendata. anche tu mi ripetesti per due volte la stessa risposta. fu come il tonfo di un sasso che continuava a cadere nel cuore. glaciale, stupida, insensata mi sembrò quella parola…niente! ero giovane, aggrappata a logica, senso, ontologie.
forse è solo adesso che ti amo per quel niente. perché l’amore è goccia e non fiume. è tutto lì, dove sgorga e strilla. lontano dai giorni che dovrebbero accoglierlo. non ha terra, né senso, solo turgida coesistenza.

Bindu, la goccia generativa, il punto a-spaziale che genera spazi. Sono sgorgati petali da quella tua domanda…

le tue parole le scovo come conchiglie che mi parlano
è un bellissimo gioco ritrovarti tra le pagine, il vostro romanzo ha destato antiche inquietudini
grazie per aver fatto vivere le anorexia sister (pag. 173-177) ritrovarle tutte lì quelle fanatiche scellerate persone della persona che fui mi fa adesso, solo adesso, sospettare che quel dolore era tutto vero e mio
l’ultima parola è gocciolata via dalla pagina come una piccola bava di luce. la luce ha il dono di colore nelle tue parole, insieme a sangue lacrime cera ricordi spermatozoi, liberata dal dovere di splendere, dalla funzione di illuminare. sono piombata in un sonno profondo. sento una porta sbattere, una sedia cadere al centro di un giardino deserto. potrei sognare i sogni di mel potrei battere le strade di luca o sparire nella laguna con federica. l’ultima pagina urta lo spazio e si chiude ma ancora corpi arti smembrati note di alluminio si propagano ovunque. tutto è fermo. i piedi nel fango. le braccia come corde mi tengono legata alla sedia che è rotolata giù. mi alzo. sono un tronco un incubo un bambino nel buio. sono dolce come uva e resto a sfamare gli insetti per settimane. mi ritrovo con un libro sulle ginocchia. la pagina aperta. il ronzio di un’ape al posto del cervello.

Grazie per queste parole soleggiate, per il dondolio dei ricordi. Ti rivedo di spalle, nuda, pronta alla partenza, e ti seguo, stavolta ti seguo, la tua schiena è una carta astrale, troppo complicata per non perdersi… e ora ho bisogno di perdermi

Alex avvolto in silenzi che sono nascite.

Acqua cancella ancora i nostri passi
L’origine dove mai siamo stati
E tu condividi l’attesa
Porgimi ancora pane caldo
Non star sola
Trattieni un po’ di vita nell’ultima foglia
Le vene imbrunite, così fragile

Hai già scelto, per tutti
Il vento fra i capelli, grigi
Appena mietuti

Il vento è per sempre, per tutti

Canta mi dicevi
E coi tuoi occhi d’argento eri suono
I tuoi occhi tinnivano
E anch’io ero suono
I tuoi occhi d’argento, tutto suono

Tornata all’origine dove mai siamo stati
Dove adesso torniamo, a ogni passo
A ogni sasso a cui siamo aggrappati
A ogni giro di chokhor
Ogni sfarsi di tempo, ogni suono

Il dono della marea
Ora ti copre

E ancora cancella i nostri passi

 

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