The naked machine, pt.1 – Esperance

Eravamo rimasti ad Alex di fronte al monitor, mesmerizzato dal brillio del monitor, un pulsare plasmatico bianco. E così, perso in quella galassia corticale (la corteccia di Luca risplendente), Alex legge le nostre email. Ha appena letto tutte quelle cose sullo stile, ossia sulla natura dello swarm, perché lo swarm in fondo non è che lo stile, la nuvolaglia informativa che scarica tempeste elettroniche (la tempesta l’ha soffiata Luca a pieni polmoni), piogge ritmiche a battere sui vetri, sulle tempie (del povero Isidoro), come infiniti polpastrelli con infiniti occhi al centro. Lo swarm è la libera catena associativa, o meglio è il concatenatore. È proprio la tela di Indra e le sue gemme infinite ribollono come sillabe che si schiudono, composte di atomi sonori che si fondono in molecole di sintonie perfette, all’unisono, con cascate di armonici, da tutte le parti.

Alex prende a scorrere le email contenute nella cartella KS (KS, Killing Swarm, il romanzo avrebbe dovuto intitolarsi così). Bifo, Max, nomi nuovi, che non figuravano fra quegli altri.

Sullo stile mi sono molto interrogato, un neurolirismo, lirismo transemiotico che traduce in codice linguistico qualcos’altro, un quadro, una fotografia, un film, uno screesaver prichedelico-frattale, una specie di operazione pop che mescola icone contemporanee, un frullatore d’ossa, immagina un po’ che bei frullati ti sto preparando…

The naked machine pt.2 – two old men

Alex salta alle ultime email, le più recenti.

So che a volte gioco per la sola cupa soddisfazione di barare ai miei stessi danni, solo perché altrimenti sarei morto d’inedia, o di raffreddore, o sarei morto mangiato dalle alghe carnivore che si agitano sul fondo di questi ricordi artificiali, chiusi qui con una diga per essere liberati nei giorni di secca quando la fantasia sfiata con un sibilo il suo ultimo sbuffo di calore in questo cretto gigantesco di ferita terra ocra. Spaccata. Un uomo è sepolto in un angolo. Interrato fino alle spalle. Lo si sostenta quel tanto che basta perché non muoia di fame e di sete. Gli si rasano i capelli a zero (sempre lo zero matto nel giro che s’arresta e la conferma che tutto hai perso) e gli si lega sulla cute una pelle conciata di dromedario. Lo si sostenta per i giorni necessari affinché i capelli gli ricrescano. In che direzione? Non trovandosi strada nell’impenetrabile autobotte del deserto, la pelle conciata del dromedario, detti poveri capelli non possono che conficcarsi nello stesso cranio che li ha generati, e che continua ciecamente a rigenerarli a giudicare dalle urla del poverino che si sente leggermente impazzire per tutto il dolore e le urla mettono radici inestirpabili dentro di lui. Come in under the shadow of this red rock…

Luca comincia a capire. No, a non capire. Sarei Lucifero dunque? T’inganni come io stesso mi sono ingannato. Sono io il creatore, il creatore di questo mondo di ghiaccio. Ma infondo non ho creato un cazzo. Quegli altri due (“quell’altro con cui scrivo che domani sicuramente sarà venuto a trovarmi in ospedale”, pag. 137)? Neanche loro hanno creato un cazzo.

Il cesso è il miglior amico dell’uomo. Ti ci puoi prostrare davanti, abbracciarlo e mentre lo fissi in quel suo occhio ciclopico, accecato, quel globo buio che se sai leggerlo ti rivela il futuro, puoi vomitargli dentro i tuoi incubi sicuro che non li racconterà a nessuno. Li affogherà nelle sue schiume bianche, li succhierà in un gorgo confondendoli a tutte le paure del mondo a tutti gli incubi e li porterà lontano. Ci ho passato tutta la notte nel cesso vomitandogli dentro le mie paure.

The naked machine pt.3 – l’ho scampata

Alex ha smesso di tremare. Immobile nel buio ha smesso ora di leggere. Voci gli arrivano smorzate.

Devo scardinare il mio corpo scassinarlo contemplare altezze diverse cercare fra i giorni sepolti ammassati scivolati giù dal calendario uno a uno, a gruppi sempre più numerosi sempre più anonimi un distico oggi un silenzio domani, battute in tempi dispari battute pericolanti giorni polverosi giorni ridotti in polvere, ammasso muto scivolato giù dal calendario mentre cerco d’inchiodarvi sopra il corpo d’inchiodarlo ai giorni, inchiodarlo al muro alla vita, inchiodarlo all’esercizio remoto, mai ultimato, portato a termine, termine di un lungo giorno, dondolala via questa paura dondolala via l’angoscia la tristezza dondolala via al centro della matassa nera avvoltolata in anni di giri e raggiri delle mani, d’acrobazie, voltarsi e rivoltarsi su te stesso aggrovigliato avvolto in una matassa nera calda come la sciarpa ecco è per te un segno del mio esserci mi commuovi ti ringrazio. Com’è calda. E morbida. Ricorda il latte fumante d’infanzia. Così avvolgente e profumato. La terrò sempre con me. Poi, in una notte d’inverno come questa, con uno straccio di luna a serpeggiare sopra il muro, i capelli incrostati dalla brina del solito vagare, il pavimento ingombro di caduti (giorni e giorni ammassati scivolati giù dal calendario), la stringerò più forte al collo, pensando al bene che ti voglio, che ci vogliamo – questo bene che già ci fa male – e a occhi aperti, svuotati d’ogni incanto, alfine io…
mi c’impiccherò.

Sto lavorando assai a rilento al mio racconto-diario, che è anche la voce di Federica, la lunga nota incrinata, l’ascesa frantumata di cui resta una polvere finissima che fa sanguinare gli occhi e i polmoni. Gli ultimi equilibrismi sulla balaustra e poi “lasciami andare” (pag. 224). Racconto d’ospedali, di viaggi per l’Europa, Berlino, eroina, le labbra livide di un’amica suicida nell’Havel, dei libri che ho letto, dell’ultimo inciampo sull’ombra incerta d’un tredicenne… Meglio non esagerare, non voglio essere frainteso, le parti che seguono ho preferito espungerle, quello che potevo spiegare l’ho spiegato, l’immagine del giovanissimo Eros col membro eretto (pag. 236) viene dai Frammenti di Barthes, tredici anni, l’attimo prima che la coscienza s’inabissi, che il sé cristallizzi in identità.

The naked machine pt. 4 – A ogni giro di chokhor

Parole giungono ad Alex sempre più tenui.

C’è il tuo racconto su Dostoevskij che definiva l’eternità un ripostiglio pieno di ragni schifosi. E il ragno è dio, hai aggiunto, e bisogna schiacciarlo con un tacco di metallo. Ti ricordi come definiva l’eternità Riccardi, il ragazzino dagli occhi inarrestabili finito impiccato nel cesso della scuola? un ascensore che non scende e non sale. È fermo tra due piani e se apri la porta la scopri cieca affacciata su un limbo di cemento ruvido. “E se questa è l’eternità…”, diceva, “fa schifo!” (pag.142). Insomma, Dostoevskij e Riccardi sono d’accordo (e noi con loro) che l’eternità è angusta (e forse anche bianca e ruvida). E poi ci ho messo dentro anche il disgusto, la partenza di Federica come viaggio attraverso il disgusto di se stessa.

Tu pretendi di darti troppe spiegazioni ma qualcosa è meglio lasciarlo non interpretato, credo. Non c’è bisogno di rispondersi se sia Mel il protagonista di tutta questa storia. Altro che Luca Isidoro Federica. Dio persino. Forse è solo Mel a immaginarsela durante quell’infinito abbraccio con sua madre al tramonto col solo asciugamano indosso poco sotto la vita che lascia intravedere il pallore rigonfio di una natica (pag. 115). Il reticolo d’atomi sciamanti che comunicano per attivazione telepatica in fondo sono solo uno sciame di parole, d’associazioni libere, con o senza lettino. Non volermene se ogni tanto qualche goccia di Freud mi schizza fuori da un foruncolo sul pube.
Ci hai mai pensato a come si sia inventato una terapia logocentrica e finì con una poltiglia cancerosa in bocca che gli rendeva penoso parlare?

The naked machine pt.5 – Più niente

Stamattina il destino è un volto in fiamme
Una pietra scagliata oltre il margine
Che siamo
Avanti e indietro a ripercorrere tutte le abluzioni
Le negazioni dissipate alfine

Siamo già nel morire, da sempre
In questa nascita che sempre ci accade

Giochiamo a fare che mai siamo esistiti, mai
–    Ora tu non esisti
–    Ora io sono non esistere

Più niente ci separa
Le tue mani arate dissodate
Dove germogliarono le mie e crebbero

Un ricordo ci unisce più di tutto
Un solo interminabile ricordo
Quel troppo
Che non riuscivo ad abbracciare
Intero, tanto eccedeva

Il ricordo di un urlo lontano
Che importa se un urlo è vicino o lontano?
L’hai udito, è questo che importa
Urlo e mutamento, questo importa
E la luce
Un corpo che non è più corpo
E’ un bosco
e arde

Più niente ci separa
Il tuo volto rinnovato dalle fiamme

Più niente